Vorrei iniziare questa mio breve intervento citando la chiusura di un intervento sui rapporti tra sponda sud e sponda nord del Mediterraneo di un docente dell’Università L’Orientale il quale, a sua volta, ricordava quel che gli aveva detto un suo collega marocchino, ragionando sui fallimenti e sui progetti della cooperazione internazionale, e cioè, che il punto di svolta , in termini positivi, di un bilancio altrimenti negativo, non poteva che essere quello di “mettersi intorno ad un tavolo a riscrivere insieme i libri di storia”… In effetti, è questo che, negli ultimi anni e, chiaramente, nel nostro piccolo, stiamo tentando di fare attraverso la nostra attività ed, in particolare, attraverso la mediazione linguistico – culturale, intesa come un vero e proprio strumento di attraversamento e rielaborazione della realtà in cui siamo immersi e di cui siamo fruitori ma, al contempo, artefici; potrebbe sembrare strano che in una convention di natura economico-commerciale io metta l’accento su fattori storico-culturali ma ritengo che nessun rapporto, men che meno, un rapporto d’affari, possa prescindere dal riconoscimento reciproco e questo, quando parliamo di relazioni tra mondo occidentale e tutto ciò che ne viene escluso, non è scontato. Riconoscere all’altro la sua integrità di individuo prima e poi, a vario titolo, di rappresentante di una collettività non può ridursi, nella migliore delle ipotesi, a conoscenza superficiale della business etiquette ma deve partire dall’imprescindibile presupposto del rispetto reciproco.
Detto questo, che cosa significa internazionalizzare?
Certo potremmo parlare del perché internazionalizzare, dei fattori interni, di saturazione del mercato interno e di sovradimensionamento produttivo (che certamente conoscete bene) e di quelli esterni, non ultime le agevolazioni di natura finanziaria e fiscale etc. (su alcuni di questi punti torneremo più avanti nel corso della giornata); ma quello che vi sto chiedendo ora è:
Che cosa sono qui a chiedere gli interlocutori di quest’oggi? Che cosa vi chiedono gli interlocutori arabi? Che cosa avete voi da offrire loro? Certamente non risorse naturali; solo parlando di Mauritania parliamo di un Paese che si affaccia su uno dei tratti oceanici più pescosi al mondo, ricco di minerali ferrosi, rame, oro, cobalto, fosfati, con un certo numero di giacimenti petroliferi e di gas… Men che meno risorse economiche…
Dunque, che cosa avete voi da offrire a un Paese così ricco?
Know how.
Anni di colonizzazione effettiva, in molti casi brutale, conclusasi per diversi Paesi, formalmente, nel 1960, e la successiva colonizzazione sostanziale che si fa ancora fatica a superare hanno impedito a questo, come ad altri Paesi Africani, di esprimere le proprie potenzialità, di organizzare e utilizzare, autonomamente o in sinergia con altri, le proprie risorse.
Quello che vi si chiede e quel che avete da offrire è trasferimento di know how, di savoir faire, trasferimento di conoscenze e competenze; qui, oggi, lo si chiede a voi, aziende italiane la cui fama, da questo punto di vista, dal punto di vista del MADE IN ITALY, ancora resiste.
Ad oggi, in molti casi, diverse aziende italiane sono state cieche e sorde, non solo rimanendo proiettate su altri mercati ma anche, mi dispiace dirlo, adottando la politica del “mordi e fuggi”; e questo, essendo lasciate a decidere in totale solitudine, senza alcun orientamento da parte dello Stato che si è limitato a fotografare la situazione ma non a progettare possibilità sul lungo periodo.
Altrove è stato fatto: finanche la Cina, lontanissima geograficamente, è riuscita a penetrare economicamente, in modo capillare, il Continente Africano, facendo affari e, parallelamente, in una sorta di colonizzazione soft, costruendo scuole e ospedali.
E l’Italia? E il Sud Italia? Perché non esiste ancora un rapporto forte, strutturato, continuativo Sud-Sud? Perché si insiste, a tutti i livelli, a considerare il Mediterraneo elemento di frattura, piuttosto che luogo di incontro fisiologico tra l’Italia e i Paesi del Maghreb e, attraverso questi, con il Continente Africano?
Unire il know how italiano e le risorse dei Paesi d’Africa, unirli in maniera forte, strutturata, continuativa consentirebbe al Mediterraneo di tornare ad essere centro e non periferia, polo di attrazione e crocevia delle principali rotte commerciali, economiche e culturali internazionali.
In conclusione, vorrei raccontarvi l’esperienza straordinaria di qualche anno fa, nella kasbah di Agadir, che mi ha consentito di collaborare con la Provincia di Salerno nella persona dell’Architetto Bignardi; ebbene, partendo da un progetto di scambio di nozioni e competenze, restare in ascolto del territorio, un territorio martoriato, prima dal terremoto e poi da una volontà umana di snaturamento e spersonalizzazione, restare in ascolto di chi vive il territorio, di chi lo rielabora adattandolo alla propria sopravvivenza, di chi è sepolto sotto la sabbia e ricordato da molti, ma, purtroppo, non dai pochi che possono esercitare un potere decisivo sul territorio stesso; dicevo, il restare in ascolto di tutte queste voci troppo spesso inascoltate ha portato all’elaborazione di un progetto di recupero della memoria storica del territorio stesso, in cui tutte le parti della collettività giocano un ruolo fondamentale da protagoniste e vengono autodefinendosi; un progetto ponte non solo tra passato e presente ma anche tra le componenti stesse del presente; e quando parlo di ponte, parlo di un ponte effettivo, sul quale le persone possono camminare in più direzioni, fermarsi, sostare su di esso e incontrarsi … un progetto dunque che si è posto davvero l’obiettivo di avviare una dinamica positiva di sviluppo e cooperazione all’insegna del riconoscimento e del rispetto reciproco … sono questi i progetti e le iniziative di cui abbiamo bisogno e, quando parlo di noi, parlo di un noi che, includendoci tutti, è un noi ancora da costruire, un puzzle ancora da ricomporre; in fin dei conti, negare all’altro la sua esistenza , in qualche misura, è non riconoscere neanche se stessi se non in una logica di opposizione totalmente stereotipata e strumentale; ed è questa logica che va rovesciata e stravolta.
Abdelhak Loqmane